Una riflessione che mi viene spontanea in questo momento, perchè ho appena addormentato la mia cucciola per il suo pisolino pre pranzo e ci ho messo 5 minuti scarsi e senza che lei emettesse un lamento, non dico un pianto, ma neanche un lamento (non va sempre così grassa, ogni tanto sgambetta per qualche minuto ed emette qualche gemito prima di crollare come un sasso per un'ora e mezza. Direi niente di drammatico comunque).
Avete mai letto il libro "Fate la nanna"?, che risulta tra i testi più venduti ai neogenitori (ma spero ardentemente che non sia anche tra i più utilizzati), infatti anch'io, fresca di parto, mi sono affrettata a comprarlo su consiglio di una cara amica, che di certo me l'ha suggerito animata dalle migliori intenzioni. Beh, se mi leggi non ti offendere, ma ho veramente elaborato una PESSIMA opinione di quel testo.
La tesi di base è che I BAMBINI NON SANNO FARE A DORMIRE e i genitori dovrebbero insegnarglielo applicando il sistema che viene suggerito dagli autori - che dai metodi che suggeriscono pare abbiano maturato la loro esperienza nei lager nazisti o in centri di addestramento alla tortura.
Lo scopo consiste nel fare in modo che il bambino si addormenti DA SOLO senza il conforto di una carezza, della presenza della mamma o di qualunque figura rassicurante, ma grazie alle sue sole risorse e accompagnato da qualche pupazzetto, ciuccetto o altri oggetti che possano restare nel suo lettino tutta la notte (a differenza della mamma o del papà, che ovviamente ad un certo punto è gioco che possano andare a riposarsi nel proprio letto).
Per raggiungere questo obiettivo la strategia è presto detta: si prepara il bimbo per la nanna, lo si appoggia nella sua culletta o lettino (non importa l'età del bambino, il metodo viene suggerito dal primo giorno di vita in avanti), gli si fa presente che insieme a lui restano tutti i suoi giochetti e ciuccetti vari (ma un bambino di pochi giorni/mesi che se ne deve fare dei pupazzi? e i ciucci sparsi per la culla? mica è in grado di prenderli e metterseli in bocca da solo! bah!), gli si da la buonanotte e si esce dalla sua stanza spegnendo la luce.
Ora, cosa vi immaginate che cominci a fare il povero pargolo abbandonato a se stesso e alle sue risorse (non ci vuole uno psicologo, basta il buon senso per capire che un neonato di pochi giorni ma anche di pochi mesi, ancora non comprende la separazione tra sè e la madre, quali razza di risorse volete che abbia per addormentarsi da solo se non la forza della disperazione?)?
Chiaramente, se non ha già cominciato a piangere appena l'avete lasciato nel lettino (la mia lo faceva appena sfiorava il lenzuolo!) comincerà nel giro di pochi secondi. E qui comincia il gioco sadico che gli autori vi suggeriscono di condurre con quella povera vittima di vostro figlio: a distanza di circa 5 o 10 minuti (il libro impone uno schema di intervalli con durata crescente) voi dovreste rientrare nella camera del piccolo in lacrime, rassicurarlo a parole, dicendogli frasi del tipo "lo so che ora sei arrabbiato, ma la mamma e il papà ti vogliono TANTO BENE e stanno cercando di insegnarti a dormire, adesso dormi che noi torniamo di là", evitando di toccarlo, accarezzarlo, o fare qualunque gesto di conforto (altrimenti la piccola canaglia - è questa l'opinione che hanno dei bambini gli autori - farà di tutto per "circuirvi" e costringervi a fare quello che lui vuole, e cioè fare in modo che vi occupiate di lui!) e poi tornare a conteggiare altri 10 minuti prima di farvi nuovamente vedere dal piccoletto, ormai in preda ad un attacco isterico. Ora, per fortuna almeno che i neonati non capiscono il senso delle parole che diciamo ma solo il tono e non sono in grado di parlare, perchè altrimenti ci si aspetterebbe che rispondessero: "ah sì, lo stai facendo perchè mi vuoi tanto bene? Per fortuna! Pensa cosa saresti capace di fare se mi odiassi!". Nel libro si parla anche di bambini che arrivano a vomitare (l'autore parla di "indursi il vomito", come se fosse un mezzuccio che il bambino escogita per attirare l'attenzione dei genitori e costringerli a prenderlo in braccio...), io dico dalla disperazione e come gesto estremo di manifestazione del disagio profondo e del senso di abbandono che devono provare.
Tutta questa scena va messa in atto fino a che il bambino non si addormenta (o cade stremato nel suo lettino, che è un pò diverso dall'abbandonarsi al sonno) mediamente due ore dopo, dicono gli autori e va ripetuta ogni volta che il bambino si risveglia o ogni volta che viene messo a letto, chessò, per il pisolino pomeridiano.
Inutile dire che non mi è mai passato neanche per l'anticamera del cervello di compiere una simile barbarie sulla pelle di Emma. Devo dire che la mia piccoletta ha teso fin da subito a dormire abbastanza a lungo di notte, da mezzanotte alle 5, 5 e 30 nel primo mese, poi via crescendo fino alle 7-8 ore a 4 mesi, per arrivare alle 11 ore circa ora che di mesi sta per compierne 8. In compenso io e mio marito facevamo le botte per addormentarla e non ha mai dormito un solo minuto durante il giorno fino ad almeno 3 mesi, tranne che non venisse tenuta in braccio, perchè alla sola idea di farle sfiorare la carrozzina o la culletta si svegliava urlante. Non che non avesse sonno, anzi: piangeva come un'aquila dal sonno, ma non era capace di lasciarsi andare, va te a sapere quale angoscia la tormentava, fatto sta che non c'era pezza, lei si calmava solo stando in braccio (quando si calmava...).
Leggi i libri e ti dicono che i bambini si devono abituare a dormire da soli fin da subito, se no poi quando peseranno 10 chili me lo dici come farai ad addormentarli in braccio (...). In più, tutti gli adulti che ti circondano, ogni volta che ti vedono prendere in braccio la bimba perchè piange ti rimproverano sotto i baffi: "così la vizi...". Non è niente facile decidere in quelle situazioni con la propria testa, anche perchè non è che uno nasca imparato, fare la mamma (o il babbo) è in assoluto la cosa che ti fa sentire più impreparato e inadeguato del mondo, soprattutto all'inizio.
Per fortuna, sia io che mio marito siamo riusciti ad ascoltare quella vocina interiore che, se tacitiamo tutti i consigli non richiesti provenienti dall'esterno, ognuno di noi possiede dentro di sè e abbiamo sempre fatto di testa nostra. Il che significa tenerla in braccio tutte le volte che piangeva e addormentarla cullandola (e facendo il solco nel pavimento della sala a forza di andare su e giù). Io SENTIVO (niente di scientifico o statistico, per l'appunto, "solo" la mia voce interiore) che Emma aveva bisogno di essere confortata, che si sentiva sola senza il nostro abbraccio e che per lei era una NECESSITA' esattamente come la tetta per mangiare e per bere. Come tutte le necessità, mi ripetevo, una volta che fosse stata soddisfatta non ne avrebbe avuto più bisogno e sarebbe riuscita a fare da sè. Ma non è stato facile far prevalere la mia voce interiore con tutto quel frastuono di opinioni la fuori!
Eppure è stata la cosa giusta: a 4 mesi Emma dormiva fino a mattina senza mai svegliarsi, neanche per mangiare (anche su questo avrei da dire, ma mi riservo un prossimo post) e durante il giorno faceva un paio di pisolini a spasso nel passeggino. Da quando ha 6 mesi la metto a letto attorno alle 21, le tengo una mano sul petto per confortarla con la mia presenza e nel giro di 10 minuti dorme come un angelo nel suo lettino e si risveglia da sola alle 7 o alle 8 della mattina dopo, oltre a dormire circa tre ore durante il giorno, in due pisolini prima e dopo pranzo.
Ecco il punto a cui volevo arrivare con questo post: mamme, papà, ascoltatevi! Certo che siete inesperti, certo che vi sentite inadeguati, ma fidatevi di voi stessi comunque. Solo voi sapete cosa è meglio per il vostro bambino. Nessun libro può conoscere il vostro piccolo meglio di quanto non sarete in grado di conoscerlo voi, nessun "esperto" potrà mai darvi una ricetta preconfezionata per farlo felice. Fidatevi anche del vostro bambino: lui vi parla (piangendo, sorridendo, giocando) e chiede solo di essere ascoltato. Non vi basterà una volta per capirlo, ma il desiderio di riuscirci farà emergere la vostra capacità di farcela, presto o tardi. Siete perfettamente dotati per fare i papà e le mamme, lasciate che gli altri parlino, giudichino, insegnino: quel figlio è vostro, l'avete fatto voi e nessun altro ha un legame così unico con lui come voi. E quel legame, insieme all'amore che lo contraddistingue, è tutto ciò che vi serve per imparare a diventare i migliori genitori che vostro figlio possa sperare di avere. Farete un mucchio di sbagli (e perchè, non ne fanno quei genitori che si affidano unicamente ai libri, ai pediatri, ai maghi o a chiunque altro che non sia la propria vocina interiore?) ma non c'è possibilità di non farne e, per di più, vostro figlio non ha bisogno di genitori perfetti, infallibili, che crescendo genererebbero in lui solo ansia da prestazione!
Per me non è stato niente facile superare i primi tre mesi, tenerla in braccio tutto quel tempo, andare su e giù con lei in braccio che a volte piangeva nonostante tutti i nostri sforzi per consolarla (ma anche qui, la vocina mi diceva che piangere in braccio a noi era meglio che da sola nella sua culla), ma non credo nemmeno che sia facile applicare i metodi che ho descritto sopra (senza contare il trauma che si infligge a quel povero cristo), quindi, fatica per fatica, non è meglio fare quella che ci suggerisce il cuore, piuttosto che l'ultimo best seller?
Diventare mamma è un viaggio che ti porta alla profonda scoperta di te stessa e del mondo. E poichè ogni individuo è unico, non può esistere un unico modo per essere madri. Anche se in tanti provano a farcelo credere...
24 aprile 2011
19 aprile 2011
E' arrivata l'ora X...1a parte
E' dall'ecografia del 5° mese, quella morfologica in cui si vedono i bambini nella pancia della mamma come se fossero dei mostriciattoli di plastilina color bronzo, che ho veramente voglia di conoscerla. Già da lì è evidente che ha preso il mio naso e la mia bocca e chissà allora come sarà tutto il resto...ma passano i giorni, io continuo a lievitare settimana dopo settimana e il tanto fatidico momento sembra non arrivare mai.
Nell'ultimo mese non riesco quasi a pensare ad altro: partorirò! Come sarà? Quanto farà male? Quanto durerà? Andrà tutto bene? Riusciremo a farcela con le nostre sole forze o ci toccherà metterci nelle mani dei dottori? Ma ste contrazioni, come si riconoscono? Da cosa si riconoscono??
Scade anche la 40esima settimana, quella in cui teoricamente (appunto, teoricamente, soprattutto se sei al primo figlio) dovresti partorire ma niente di fatto...Emma sta benissimo dove sta e di uscire non se ne parla proprio. Tutte le partecipanti al corso preparto che incontro in giro mi raccontano di fittine e doloretti al basso ventre avvertiti in vari momenti della giornata. Io calma piatta. Mai stata meglio in vita mia (fatta eccezione per la schiena, che con quei bei 23 kg che le ho caricato sopra sta per spezzarsi in due).
Comincio a pensare con amarezza che se proprio la piccoletta non si decide mi toccherà di accettare l'induzione del parto, e già mi sento di perdere completamente potere rispetto a questo grande evento, come se da attrice protagonista diventassi una comparsa...sì, forse la faccio troppo grossa, ma io ci tenevo davvero tanto a fare tutto da sola, senza medici e medicine e facevo bene!
Insomma, a 2 giorni dalla tanto temuta induzione, anzi a 2 notti, mi sveglio di soprassalto trafitta da un dolore alla pancia...saranno queste le contrazioni? Guardo l'orologio, le 3 e qualche minuto. Mi giro, aspetto, e dopo 10 minuti un'altra fitta. Va avanti così fino a mattina, con pause anche di mezz'ora che sembrava che tutto si arrestasse, ma poi arrivava un'altra fitta e via di nuovo con il conteggio dei minuti. Alle 7 vado a fare la pipì e per la prima volta dopo 9 mesi perdo un pò di sangue. E' il segnale che il collo dell'utero comincia a prepararsi. Sveglio Sergio e andiamo in ospedale!
All'inizio va tutto a meraviglia, le contrazioni quando arrivano si sentono e tolgono il fiato, ma appena passano tutto torna a posto; riesco anche a chiacchierare amabilmente con mio marito e il mio ginecologo, che lavorando in ospedale è venuto a seguirmi (benedetto uomo!) personalmente.
Però, c'è un però: il liquido amniotico è di un brutto color rossastro e, nonostante il tracciato continui ad andare benone, si teme per una eventuale sofferenza fetale...Il ginecologo di turno è dalle 8 della mattina, quando ho messo piede in reparto e ho rotto le acque, che mi paventa velatamente l'opportunità di un cesareo: "hai fatto colazione?", io: "no"; e lui: "allora per il momento resta a stomaco vuoto...", ma io guardo Sergio che mi tiene la mano ed è emozionato quanto me e gli dico che la nostra Emmina sta bene, sono sicura, me lo sento.
"Mi sono consultato con gli altri colleghi di turno e abbiamo pensato che è più prudente ridurre i tempi del travaglio aiutandola con l'ossitocina" è l'ultima proposta. E va bene, volevo fare tutto da sola, ma se in ballo ci sono rischi per Emma vada per l'ossitocina. In fondo, che sarà mai? Le ultime parole famose...
Ci trasferiamo in sala parto e mi attaccano, oltre all'inseparabile macchina per il tracciato, anche la flebo con l'ossitocina, all'inizio poche gocce, ma ogni mezz'ora si aumenta la dose. E' ormai mezzogiorno, fino a quel momento tutto bene, da quel momento comincia il delirio! La durata e l'intensità delle contrazioni vanno assolutamente fuori controllo, io provo tutte le posizioni possibili e immaginabili ma niente mi da sollievo. La cosa in assoluto peggiore consiste nell'annullamento delle pause: tra una contrazione e l'altra il dolore diminuisce leggermente ma resta ad un livello da tortura. Vi sembrerà esagerato ma io mi son sentita proprio così: torturata! Del travaglio, dal trasferimento in sala parto in poi ho pochi ricordi: vivi una condizione che non è di incoscienza (magari!!) ma neanche di lucidità. Ricordo solo il dolore insopportabile (eppure l'ho sopportato), un caldo boia che ho sudato l'impossibile e l'ostetrica che mi diceva: "va tutto bene, sei brava, sei brava...". Nel delirio più totale quelle parole erano come un balsamo...allora non sto morendo (perchè è questo quello che pensi), deve andare così, va tutto bene...e riesci a continuare a sopportare. Ad un certo punto il mio ginecologo mi dice che se voglio la peridurale quello è il momento. Io, pur essendo contraria ad utilizzarla, il percorso per poterne eventualmente usufruire l'avevo fatto comunque, che non ho mica mai partorito e che ne so di quanto male fa e quanto ne riesco a sopportare...giuro che in quel momento, nonostante tutte le mie convinzioni naturaliste sul parto, se avessi avuto voce per parlare altro che peridurale, avrei voluto la generale, il cesareo!! Non ne potevo più. Per fortuna invece, la forza per parlare mi faceva difetto, tutte le energie che avevo mi servivano per resistere e tutti hanno evidentemente interpretato il mio silenzio come un "no, niente anestesia, grazie".
Dopo 5 ore di quell'inferno finalmente mi dicono che è il momento di spingere: so che c'ho messo mezz'oretta, ma a me a quel punto è sembrato niente. Ad un certo punto, un bruciore pazzesco e poi, come per magia, più niente...Emma è nata! Pochi istanti e ce l'ho tra le braccia, appoggiata sul ventre ma finalmente fuori dal mio ventre, è viva e sta bene. E tutto il resto non conta più NIENTE.
Nell'ultimo mese non riesco quasi a pensare ad altro: partorirò! Come sarà? Quanto farà male? Quanto durerà? Andrà tutto bene? Riusciremo a farcela con le nostre sole forze o ci toccherà metterci nelle mani dei dottori? Ma ste contrazioni, come si riconoscono? Da cosa si riconoscono??
Scade anche la 40esima settimana, quella in cui teoricamente (appunto, teoricamente, soprattutto se sei al primo figlio) dovresti partorire ma niente di fatto...Emma sta benissimo dove sta e di uscire non se ne parla proprio. Tutte le partecipanti al corso preparto che incontro in giro mi raccontano di fittine e doloretti al basso ventre avvertiti in vari momenti della giornata. Io calma piatta. Mai stata meglio in vita mia (fatta eccezione per la schiena, che con quei bei 23 kg che le ho caricato sopra sta per spezzarsi in due).
Comincio a pensare con amarezza che se proprio la piccoletta non si decide mi toccherà di accettare l'induzione del parto, e già mi sento di perdere completamente potere rispetto a questo grande evento, come se da attrice protagonista diventassi una comparsa...sì, forse la faccio troppo grossa, ma io ci tenevo davvero tanto a fare tutto da sola, senza medici e medicine e facevo bene!
Insomma, a 2 giorni dalla tanto temuta induzione, anzi a 2 notti, mi sveglio di soprassalto trafitta da un dolore alla pancia...saranno queste le contrazioni? Guardo l'orologio, le 3 e qualche minuto. Mi giro, aspetto, e dopo 10 minuti un'altra fitta. Va avanti così fino a mattina, con pause anche di mezz'ora che sembrava che tutto si arrestasse, ma poi arrivava un'altra fitta e via di nuovo con il conteggio dei minuti. Alle 7 vado a fare la pipì e per la prima volta dopo 9 mesi perdo un pò di sangue. E' il segnale che il collo dell'utero comincia a prepararsi. Sveglio Sergio e andiamo in ospedale!
All'inizio va tutto a meraviglia, le contrazioni quando arrivano si sentono e tolgono il fiato, ma appena passano tutto torna a posto; riesco anche a chiacchierare amabilmente con mio marito e il mio ginecologo, che lavorando in ospedale è venuto a seguirmi (benedetto uomo!) personalmente.
Però, c'è un però: il liquido amniotico è di un brutto color rossastro e, nonostante il tracciato continui ad andare benone, si teme per una eventuale sofferenza fetale...Il ginecologo di turno è dalle 8 della mattina, quando ho messo piede in reparto e ho rotto le acque, che mi paventa velatamente l'opportunità di un cesareo: "hai fatto colazione?", io: "no"; e lui: "allora per il momento resta a stomaco vuoto...", ma io guardo Sergio che mi tiene la mano ed è emozionato quanto me e gli dico che la nostra Emmina sta bene, sono sicura, me lo sento.
"Mi sono consultato con gli altri colleghi di turno e abbiamo pensato che è più prudente ridurre i tempi del travaglio aiutandola con l'ossitocina" è l'ultima proposta. E va bene, volevo fare tutto da sola, ma se in ballo ci sono rischi per Emma vada per l'ossitocina. In fondo, che sarà mai? Le ultime parole famose...
Ci trasferiamo in sala parto e mi attaccano, oltre all'inseparabile macchina per il tracciato, anche la flebo con l'ossitocina, all'inizio poche gocce, ma ogni mezz'ora si aumenta la dose. E' ormai mezzogiorno, fino a quel momento tutto bene, da quel momento comincia il delirio! La durata e l'intensità delle contrazioni vanno assolutamente fuori controllo, io provo tutte le posizioni possibili e immaginabili ma niente mi da sollievo. La cosa in assoluto peggiore consiste nell'annullamento delle pause: tra una contrazione e l'altra il dolore diminuisce leggermente ma resta ad un livello da tortura. Vi sembrerà esagerato ma io mi son sentita proprio così: torturata! Del travaglio, dal trasferimento in sala parto in poi ho pochi ricordi: vivi una condizione che non è di incoscienza (magari!!) ma neanche di lucidità. Ricordo solo il dolore insopportabile (eppure l'ho sopportato), un caldo boia che ho sudato l'impossibile e l'ostetrica che mi diceva: "va tutto bene, sei brava, sei brava...". Nel delirio più totale quelle parole erano come un balsamo...allora non sto morendo (perchè è questo quello che pensi), deve andare così, va tutto bene...e riesci a continuare a sopportare. Ad un certo punto il mio ginecologo mi dice che se voglio la peridurale quello è il momento. Io, pur essendo contraria ad utilizzarla, il percorso per poterne eventualmente usufruire l'avevo fatto comunque, che non ho mica mai partorito e che ne so di quanto male fa e quanto ne riesco a sopportare...giuro che in quel momento, nonostante tutte le mie convinzioni naturaliste sul parto, se avessi avuto voce per parlare altro che peridurale, avrei voluto la generale, il cesareo!! Non ne potevo più. Per fortuna invece, la forza per parlare mi faceva difetto, tutte le energie che avevo mi servivano per resistere e tutti hanno evidentemente interpretato il mio silenzio come un "no, niente anestesia, grazie".
Dopo 5 ore di quell'inferno finalmente mi dicono che è il momento di spingere: so che c'ho messo mezz'oretta, ma a me a quel punto è sembrato niente. Ad un certo punto, un bruciore pazzesco e poi, come per magia, più niente...Emma è nata! Pochi istanti e ce l'ho tra le braccia, appoggiata sul ventre ma finalmente fuori dal mio ventre, è viva e sta bene. E tutto il resto non conta più NIENTE.
17 aprile 2011
Un pò di coordinate
Vediamo intanto di presentarci, tanto per dare un'idea di chi sono.
Mi chiamo Claudia, ho 35 anni, vivo a Ravenna e sono mamma di una bimba che, nel momento in cui scrivo, ha compiuto sette mesi e 12 giorni. Da poco più di un anno sono sposata con Sergio e la nascita di Emma, sebbene desiderata, non è stata esattamente programmata. Diciamo che ci è bastato dire "pensa quanto sarebbe bello avere un figlio" che lo stavamo già aspettando. Alla faccia del calo di fertilità dopo i trent'anni.
Prima della nascita di Emma lavoravo a tempo pieno, partecipavo a numerose iniziative legate ai miei interessi come incontri, concerti, presentazioni di libri e via dicendo e uscivo spesso con gli amici: cene, aperitivi, cinema, serate in compagnia.
Da quando è nata Emma faccio la mamma a tempo pieno e sono uscita in tutto due volte, dopo aver cominciato lo svezzamento.
Dire che la mia vita è cambiata è poco. A volte sbircio per strada le persone che non hanno figli, ascolto di passaggio i discorsi che fanno, e mi sembra che appartengano ad un altro pianeta. Eppure, non più tardi di un anno fa ero esattamente come loro.
La mia non è malinconia per ciò che è andato o frustrazione per aver dovuto accantonare momentaneamente una parte di ciò che ero e facevo. Ho scelto consapevolmente di essere mamma in questo modo qui, avrei potuto fare diversamente ma non faceva per me, dunque neanche l'ombra di un rimpianto.
Ma spaesamento sì. Perchè improvvisamente ti ritrovi a mettere da parte molto di quel che eri abituata a pensare di essere, molta parte della tua identità di donna, di moglie, di lavoratrice o di qualunque altra cosa facesse parte del tuo essere TU, per far spazio a questa nuova dimensione, l'essere mamma, che pian piano ti invade fin quasi ad ingurgitarti tutta e ci vorran mesi, anni, credo, prima di integrarla armoniosamente dentro di te.
E' un ruolo che non hai mai giocato, sul quale hai delle aspettative che non sempre si rivelano aderenti alla realtà e sul quale per di più devi imparare a sperimentarti "sulla pelle" di una creatura che ti appare infinitamente fragile, totalmente dipendente da te. Basta questo, credo, a mettere in crisi una persona, a destabilizzarne l'equilibrio acquisito.
Ma in realtà non è neanche questa la sfida più difficile. Per essere mamma nella maniera più aderente alla mia natura ho fatto una serie di scelte. Per esempio, di non utilizzare l'epidurale durante il travaglio, di allattare a richiesta, come si dice oggi; di mettere in discussione l'idea di aderire al programma vaccinale, o di svezzare mia figlia con pappe preparate in casa da me, utilizzando più le mie nozioni di alimentazione naturale che i consigli del pediatra.
Ho scelto insomma di vivere la gravidanza, il parto e la maternità nel modo il più naturale possibile, seguendo i ritmi e i tempi del corpo ed il buon senso, compatibilmente con le mie risorse ed energie.
Quasi tutte scelte in assoluta controtendenza rispetto al mondo in cui viviamo che, diciamocelo, tiene in ben poca considerazione le esigenze delle madri e dei bambini.
Ecco, questa è stata ed è la parte più difficile: dovermi quasi giustificare per aver voluto essere mamma a modo mio, ascoltando me stessa e lasciandomi guidare dai messaggi che la mia bimba mi lancia, senza cercare ricette precostituite.
Mi chiamo Claudia, ho 35 anni, vivo a Ravenna e sono mamma di una bimba che, nel momento in cui scrivo, ha compiuto sette mesi e 12 giorni. Da poco più di un anno sono sposata con Sergio e la nascita di Emma, sebbene desiderata, non è stata esattamente programmata. Diciamo che ci è bastato dire "pensa quanto sarebbe bello avere un figlio" che lo stavamo già aspettando. Alla faccia del calo di fertilità dopo i trent'anni.
Prima della nascita di Emma lavoravo a tempo pieno, partecipavo a numerose iniziative legate ai miei interessi come incontri, concerti, presentazioni di libri e via dicendo e uscivo spesso con gli amici: cene, aperitivi, cinema, serate in compagnia.
Da quando è nata Emma faccio la mamma a tempo pieno e sono uscita in tutto due volte, dopo aver cominciato lo svezzamento.
Dire che la mia vita è cambiata è poco. A volte sbircio per strada le persone che non hanno figli, ascolto di passaggio i discorsi che fanno, e mi sembra che appartengano ad un altro pianeta. Eppure, non più tardi di un anno fa ero esattamente come loro.
La mia non è malinconia per ciò che è andato o frustrazione per aver dovuto accantonare momentaneamente una parte di ciò che ero e facevo. Ho scelto consapevolmente di essere mamma in questo modo qui, avrei potuto fare diversamente ma non faceva per me, dunque neanche l'ombra di un rimpianto.
Ma spaesamento sì. Perchè improvvisamente ti ritrovi a mettere da parte molto di quel che eri abituata a pensare di essere, molta parte della tua identità di donna, di moglie, di lavoratrice o di qualunque altra cosa facesse parte del tuo essere TU, per far spazio a questa nuova dimensione, l'essere mamma, che pian piano ti invade fin quasi ad ingurgitarti tutta e ci vorran mesi, anni, credo, prima di integrarla armoniosamente dentro di te.
E' un ruolo che non hai mai giocato, sul quale hai delle aspettative che non sempre si rivelano aderenti alla realtà e sul quale per di più devi imparare a sperimentarti "sulla pelle" di una creatura che ti appare infinitamente fragile, totalmente dipendente da te. Basta questo, credo, a mettere in crisi una persona, a destabilizzarne l'equilibrio acquisito.
Ma in realtà non è neanche questa la sfida più difficile. Per essere mamma nella maniera più aderente alla mia natura ho fatto una serie di scelte. Per esempio, di non utilizzare l'epidurale durante il travaglio, di allattare a richiesta, come si dice oggi; di mettere in discussione l'idea di aderire al programma vaccinale, o di svezzare mia figlia con pappe preparate in casa da me, utilizzando più le mie nozioni di alimentazione naturale che i consigli del pediatra.
Ho scelto insomma di vivere la gravidanza, il parto e la maternità nel modo il più naturale possibile, seguendo i ritmi e i tempi del corpo ed il buon senso, compatibilmente con le mie risorse ed energie.
Quasi tutte scelte in assoluta controtendenza rispetto al mondo in cui viviamo che, diciamocelo, tiene in ben poca considerazione le esigenze delle madri e dei bambini.
Ecco, questa è stata ed è la parte più difficile: dovermi quasi giustificare per aver voluto essere mamma a modo mio, ascoltando me stessa e lasciandomi guidare dai messaggi che la mia bimba mi lancia, senza cercare ricette precostituite.
16 aprile 2011
Perchè questo blog
Immaginate come vi sentireste svegliandovi una mattina nel vostro letto, tutto sembra esattamente identico a quando vi siete addormentati la sera precedente: i vestiti che vi siete tolti appoggiati sulla sedia, la sveglia che ticchetta sul comodino, accanto all'ultimo libro del vostro autore preferito, che amate leggere prima di addormentarvi.
Tutto meno un particolare: dal vostro polso penzola una catenella d'acciaio, alla cui estremità è agganciata una valigetta piena di un potente esplosivo, capace di far saltare in aria voi e tutta la vostra bella cameretta. Non farla scoppiare è una vostra resposabilità, il futuro della valigetta è solo nelle vostre mani, dipende interamente da voi. Nessuno vi ha spiegato quali cautele vadano adottate per conservarne l'integrità: potrete andare a lavarvi la faccia senza rischiare di far esplodere l'intero condominio? E per vestirsi, come si fa con quel fardello attaccato al braccio? Non vi sentite minimamente preparati a far fornte alla situazione, eppure...eppure ci siete voi e solo voi ad occuparvene, questa è la realtà.
Ok, ok, forse potrà sembrare un pò cinico paragonare la MERAVIGLIOSA condizione di neo mamme alla scenetta descritta qui sopra ma mi sono chiesta molte volte come trasmettere a qualcuno che mamma ancora non è o che non potrà mai esserlo (in quanto uomo!) il brusco cambio di vita, il rimescolamento dell'identità, il profondo senso di responsabilità (diciamocelo, a volte anche un pò schiacciante) che una donna sperimenta diventando madre.
Perchè per quanti corsi preparto, libri sull'attesa e sulla puericultura e consigli di esperti e familiari una possa aver ingurgitato nei nove mesi di gravidanza, non c'è niente, e dico niente che possa prepararla al terremoto materiale ed emotivo che porta l'arrivo di un figlio.
Ed è proprio così che in un certo senso ho vissuto io l'arrivo di Emma, la mia adorata bimba: un momento prima non c'era, o meglio era nascosta nella mia pancia, ed ero "quasi" la stessa Claudia di sempre, con le sue passioni, le sue priorità, le sue abitudini, i suoi gusti, insomma, così come siete anche voi, come vi conoscete da una vita. E un attimo dopo (o meglio dopo 13 ore di travaglio!) lei era lì, con tutta la sua disarmante alterità, con tutta la sua fragilissima ma tangibilissima presenza, a ricordarmi che non ero più quella di prima, che non lo sarei mai più stata in quei termini, perchè ero diventata madre, sua madre.
Ecco perchè questo blog, perchè ho scoperto sulla mia pelle che, se riesci a metterti in gioco, un figlio ti permette di compiere un viaggio alla scoperta di te stessa, forse il viaggio più profondo mai sperimentato, durante il quale emergeranno sentimenti d'amore di un'enormità sconvolgente, picchi di gioia e commozione totalmente inaspettati, ma anche paure nascoste, inguardabili, malinconie struggenti ed inquietanti, sconfinate solitudini.
E allora hai bisogno di farla emergere tutta questa materia che ti scoppia dentro, altrimenti soffochi, forse rischi di ammalarti.
E poi pensi che di certo non sei l'unica a sentirsi così, che ci sono altre mamme che, a modo loro, vivono questa esperienza. E questo blog può essere un luogo per incontrarci e parlarne insieme, per raccontarci. BENVENUTO A CHI LEGGE.
Tutto meno un particolare: dal vostro polso penzola una catenella d'acciaio, alla cui estremità è agganciata una valigetta piena di un potente esplosivo, capace di far saltare in aria voi e tutta la vostra bella cameretta. Non farla scoppiare è una vostra resposabilità, il futuro della valigetta è solo nelle vostre mani, dipende interamente da voi. Nessuno vi ha spiegato quali cautele vadano adottate per conservarne l'integrità: potrete andare a lavarvi la faccia senza rischiare di far esplodere l'intero condominio? E per vestirsi, come si fa con quel fardello attaccato al braccio? Non vi sentite minimamente preparati a far fornte alla situazione, eppure...eppure ci siete voi e solo voi ad occuparvene, questa è la realtà.
Ok, ok, forse potrà sembrare un pò cinico paragonare la MERAVIGLIOSA condizione di neo mamme alla scenetta descritta qui sopra ma mi sono chiesta molte volte come trasmettere a qualcuno che mamma ancora non è o che non potrà mai esserlo (in quanto uomo!) il brusco cambio di vita, il rimescolamento dell'identità, il profondo senso di responsabilità (diciamocelo, a volte anche un pò schiacciante) che una donna sperimenta diventando madre.
Perchè per quanti corsi preparto, libri sull'attesa e sulla puericultura e consigli di esperti e familiari una possa aver ingurgitato nei nove mesi di gravidanza, non c'è niente, e dico niente che possa prepararla al terremoto materiale ed emotivo che porta l'arrivo di un figlio.
Ed è proprio così che in un certo senso ho vissuto io l'arrivo di Emma, la mia adorata bimba: un momento prima non c'era, o meglio era nascosta nella mia pancia, ed ero "quasi" la stessa Claudia di sempre, con le sue passioni, le sue priorità, le sue abitudini, i suoi gusti, insomma, così come siete anche voi, come vi conoscete da una vita. E un attimo dopo (o meglio dopo 13 ore di travaglio!) lei era lì, con tutta la sua disarmante alterità, con tutta la sua fragilissima ma tangibilissima presenza, a ricordarmi che non ero più quella di prima, che non lo sarei mai più stata in quei termini, perchè ero diventata madre, sua madre.
Ecco perchè questo blog, perchè ho scoperto sulla mia pelle che, se riesci a metterti in gioco, un figlio ti permette di compiere un viaggio alla scoperta di te stessa, forse il viaggio più profondo mai sperimentato, durante il quale emergeranno sentimenti d'amore di un'enormità sconvolgente, picchi di gioia e commozione totalmente inaspettati, ma anche paure nascoste, inguardabili, malinconie struggenti ed inquietanti, sconfinate solitudini.
E allora hai bisogno di farla emergere tutta questa materia che ti scoppia dentro, altrimenti soffochi, forse rischi di ammalarti.
E poi pensi che di certo non sei l'unica a sentirsi così, che ci sono altre mamme che, a modo loro, vivono questa esperienza. E questo blog può essere un luogo per incontrarci e parlarne insieme, per raccontarci. BENVENUTO A CHI LEGGE.
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